3 riflessioni da Coronavirus per farci comprendere quanto amiamo il nostro lavoro

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smart working

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Due settimane fa, in Italia, è scoppiata l’emergenza Coronavirus. Le misure prese a fronte di questa epidemia hanno radicalmente cambiato la quotidianità delle cosiddette “zone rosse” e delle regioni e dei territori vicini.

Anche le modalità lavorative delle aziende hanno subito una svolta, che si è concretizzata con l’approvazione del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1 Marzo 2020. La normativa investe una modalità di lavoro che tutti conosciamo come smart working o “lavoro agile”, che semplifica per tutte le regioni le procedure per applicare tale condizione lavorativa. In base dall’art. 2 del decreto, la modalità del “lavoro agile” è applicabile, in via provvisoria, per tutta la durata dell’emergenza, liberamente, per tutte le imprese con sede sul territorio nazionale, a ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi stabiliti dalla Legge 81/2017, anche in assenza di accordi individuali. Quindi si può passare allo smart working senza l’accordo individuale previsto normalmente, se lo si fa entro nel periodo di emergenza sanitaria marzo. Rimangono invariate tutte le altre previsioni: parità di trattamento, dotazione informatica ecc. Molte aziende hanno applicato questa possibilità per ridurre il rischio di contagio sul posto di lavoro.

 

Riflessioni da emergenza Coronavirus: le tre cose che lo smart working ci insegna sul lavoro

In questi giorni ci siamo imbattuti in un articolo de Il Sole 24 ore che ci ha molto colpiti. Dall’esperienza di questo smart working forzato, infatti, si possono trarre riflessioni sul nostro modus operandi sul posto di lavoro nella vita di tutti i giorni.

  1. Stare lontano dall’ufficio ci da la misura di quanto siamo importanti

 È la prima lezione che serve da monito sia agli “sbruffoni”, che ritengono che senza di loro il team di lavoro sarebbe perso, sia ai “rassegnati” che invece credono che la loro presenza non faccia la differenza. Ritrovarsi senza le piccole e scontate sicurezze quotidiane dell’ufficio ci aiuta a meditare sul valore aggiunto che ogni risorsa apporta al capitale umano dell’azienda.

  1. Stare lontano dall’ufficio ci fa capire meglio cosa sia lo smart working

Lo smart working forzato può essere un’arma a doppio taglio. Se da un lato, infatti, permette a chi ne usufruisce di poter gestire meglio il lavoro e la vita extra lavorativa, dall’altro mina il valore nascosto delle relazioni all’interno dell’ufficio. Queste, d’altronde, sono importantissime per il ciclo di vita di un’azienda, soprattutto quando si è abituati a lavorare in team. Se vale il detto “squadra che vince non si cambia”, allora l’essere costretti a casa dovrebbe farci riflettere su quanto sia importante il confronto face to face fra più menti, più creatività, più strategie per raggiungere risultati ottimali che facciano crescere l’azienda.

  1. Stare lontano dall’ufficio ci dice quanto conta il lavoro nella nostra vita

In questi giorni sarà capitato, a chi si trova nelle zone a rischio, di pensare se valesse o meno la pena di recarsi in ufficio per svolgere il proprio lavoro.

Senza imputare colpe o demeriti a chi ha deciso di non recarsi a lavoro in questi giorni di emergenza, la riflessione sorge spontanea.

Probabilmente il rischio che siamo disposti ad assumerci per fare al meglio il nostro lavoro è indice di quanto siamo appassionati al nostro lavoro. Quanti sono, ad esempio, gli inviati in zone di guerra che hanno come obiettivo quello di fornire un’informazione veritiera e puntuale di quanto accade in quelle regioni tanto martoriate dagli orrori della guerra? Nomi di giornalisti e reporter che hanno perso la vita sul posto di lavoro potremmo elencarne.

E questo, senza che sia un’istigazione all’imprudenza e alla sconsideratezza, può essere un ottimo spunto per riconsiderare quanto svolto fino a questo momento e rimettersi, se necessario, in discussione.