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“Si possono propagandare le opinioni, le dottrine, le idee, i programmi e gli ideali. Non si propagandano i fatti, i fatti si portano a conoscenza. Non si propagandano le conoscenze. Le conoscenze si diffondono.” 

Scriveva così lo scrittore russo Julij Borissovič Margolin ex prigioniero dei gulag, ex vittima del governo staliniano.

Chissà se oggi, stamattina, in una delle nostre scuole, qualche studente ha pensato a lui, a Julij a chi nella vita fu vittima di propaganda a chi il prezzo del proselitismo l’ha pagato caro sulla pelle; chissà cosa afferrano i giovani di tutte le parole che diciamo, le teorie che divulghiamo con il solo scopo di apparire più brillanti di qualcuno, di spiccare sul solito gruppo confuso e frustrato artefice dell’ineducato sottofondo che accompagna le nostre affannose giornate.

La traccia assegnata ai maturandi 2018, per il saggio breve in ambito storico-politico, è stata oggi un’occasione di scambio, oltre che di riflessione. Uno scambio di punti di vista su un argomento che pur variando a seconda dei contesti, pur assumendo sfumature diverse a seconda dei luoghi, degli anni, dei protagonisti, rimane sempre lo stesso, sempre attuale.

Qual è il rapporto tra società, intesa come gruppo, e propaganda, intesa come persuasione di massa?

Se nel secolo scorso, alla base di questo rapporto c’era un progetto totalitario necessario al successo di un regime (di qualsiasi colore), oggi alla base dello stesso rapporto c’è un nuovo fenomeno, tanto potente quanto irreversibile, quello legato alla globalizzazione.

Ora come allora, si attuano strategie di consenso, operazioni che sanno di manipolazioni e vorrebbero il trionfo dell’omologazione, la soppressione dell’individualità con lo scopo di raccogliere le forze, contenerle, dirigerle, in ambito politico, ad esempio, ma non solo.

Tra i linguaggi della persuasione, compagno affiatato del concetto di propaganda c’è anche quello di pubblicità, di comunicazione efficace, al punto che secondo molti linguisti, tra i due ambiti c’è un profondo legame semantico, di significato. Stando a quanto diffuso da De Mauro la propaganda finisce per essere “una campagna pubblicitaria e promozionale di un prodotto commerciale”, prodotto che, come dichiara lo storico Andrea Baravelli, il più delle volte è rappresentato dal nemico.

Nella storia tanti sono i casi di società basate interamente sulla pulsione dell’esclusione, sull’additamento dell’altro, del diverso, del nemico che diviene migliore amico di chi la propaganda la fa, di chi tiene le redini.

Solo che oggi, in una società sviluppata e ampiamente scolarizzata, il popolo dovrebbe acquisire la consapevolezza necessaria per comprendere che se le dinamiche sono sempre le stesse, la via d’uscita per la salvezza non è solo nota, ma diviene necessaria; che il gruppo può dar luogo a bellezza, empatia, creatività e non necessariamente a odio e discriminazione; che tra tutti gli strumenti utili c’è n’è uno da utilizzare ed ha a che fare con il senso critico e la volontà di essere umani.

La massa oggi, deve essere un insieme di teste pensanti come quelle dei giovani che oggi, chini sui banchi, si chiedevano quale fosse il rapporto tra massa e propaganda.