L’Italia rischia di perdersi lungo la strada della digitalizzazione

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di Tommaso Ulivieri, esperto in InfoData e Guest author per Mug Agency.

 

Machine Learning, industria 4.0, blockchain, Big Data. Si potrebbe continuare a lungo elencando termini che sono entrati nel linguaggio comune che però, come vedremo tra un po’, tanto comune non è. Resta il fatto che queste parole hanno un unico filo conduttore: rappresentano perfettamente l’effetto di una trasformazione in atto nella nostra società, una trasformazione digitale che, come tutti i grandi mutamenti, porta con sé opportunità e pericoli, potenziali di crescita e rischi di emarginazione.

Per provare a sfruttare l’infinito potenziale che le nuove tecnologie portano in dotazione è essenziale conoscerne il funzionamento, saperle utilizzare al meglio, insomma avere delle skill adeguate a quello che può essere definito un nuovo mondo.

Sì perché di questo stiamo parlando: un mondo nuovo, governato da nuove regole, dove quello che appare è molto spesso diverso da ciò che è. Avete bisogno di un esempio? Pensate a come funzionano i grandi centri di stoccaggio merci di Amazon: i prodotti non sono ordinati in categorie e il posizionamento avviene in modo quasi casuale. L’ordine reale non è necessario perché è nel mondo virtuale che, grazie a codici e GPS, il prodotto viene localizzato e in qualche frazione di secondo il commesso sa esattamente dove trovarlo e quale percorso fare per prelevarlo. Ciò che è casuale nel mondo reale ha un suo ordine virtuale che è funzionale all’utilizzo che ne facciamo.

Sfruttare queste potenzialità significa saper cogliere l’essenza della rivoluzione tecnologica ma per farlo sono necessarie alcune condizioni che vanno costruite e alimentate: è necessario che cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni siano preparati ai nuovi linguaggi e consapevoli delle nuove tecnologie che hanno a disposizione.

Di fronte a questa rivoluzione ogni Paese ha seguito una propria strategia, fatta di scelte di policy e di individuazione di priorità. Così negli ultimi anni, come in tanti altri settori, il mondo ha iniziato a muoversi a velocità diverse. In alcune zone si è investito sull’innovazione tecnologica e sulla formazione dei cittadini per diffondere e far crescere le skill digitali, in altri il fenomeno è stato sottovalutato o si è scelto di dare priorità ad altro. Il risultato? Viene descritto perfettamente da una delle ultime pubblicazioni dell’OCSE: “OECD Skills Outlook 2019 Thriving in a Digital World” (link https://www.oecd-ilibrary.org/education/oecd-skills-outlook-2019_df80bc12-en)

In estrema sintesi, l’analisi dell’OCSE individua un piccolo gruppo di Paesi come Belgio, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia “in anticipo rispetto ad altri Paesi nel grado di esposizione alla digitalizzazione”. Al contrario, in altri Paesi come Cile, Grecia, Lituania, Slovacchia e Turchia “le persone e i lavoratori sovente non hanno le competenze di base necessarie per realizzarsi nel mondo digitale”. E l’Italia? Rientra proprio in quest’ultima fascia di Paesi in cui sarebbe necessario costruire un aggiornamento costante delle competenze digitali, non solo in ambito professionale. In questi Paesi, i sistemi di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, formali e non formali, devono essere notevolmente rafforzati per consentire un aumento delle competenze e un aggiornamento professionale.

Alcuni dati raccolti dall’OCSE parlano molto chiaro:

  • l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda la percentuale di popolazione in grado di utilizzare internet in maniera complessa e diversificata;
  • solo il 21% delle persone (il terzo peggior risultato in assoluto) con un’età compresa tra i 16 e i 65 anni possiede un buon livello di alfabetizzazione e capacità di calcolo;
  • il 13,8% dei lavoratori sono in occupazioni ad alto rischio di automazione e avrebbero bisogno di una formazione moderata per passare a occupazioni più sicure.

Il quadro è tutt’altro che incoraggiante. La nuova tecnologia viene in modo miopico associata allo smartphone appena uscito, ma è ben altro: sviluppare competenze abilitanti nel mondo digitale non vuol dire saper usare i filtri di Instagram o essere pronti ad approfittare delle offerte del Black Friday. Finché vivremo nell’illusione che sia sufficiente questo o che in qualche strana forma di autoadattamento, come per magia, la popolazione italiana imparerà a sfruttare appieno il potenziale tecnologico a propria disposizione, la situazione non potrà che peggiorare. Senza un intervento lungimirante, di programmazione a lungo termine con progetti di formazione che partano dalle scuole ma che non si esauriscano lì e continuino nella formazione professionale, rischieremo di veder realizzato, su scala nazionale, quanto teorizzato da Tyler Coen a livello globale: l’economista statunitense ha sostenuto che l’accelerazione impressa dall’innovazione tecnologica avrebbe privilegiato in misura massiccia quel 10% della popolazione mondiale in possesso degli strumenti e delle conoscenze per gestire contesti sempre più competitivi. Si passerebbe così dalla possibilità di sfruttare il potenziale tecnologico al rischio di emarginazione di un’intera fetta della popolazione italiana.

Le analisi e i dati, come quelli raccolti dall’OCSE, dovrebbero avere lo scopo di monitorare i fenomeni e accendere almeno una piccola lampadina su una situazione che, senza voler creare allarmismi, richiede un intervento deciso sia nel pubblico che nel privato. Indietro non si torna. Dobbiamo iniziare a camminare in un mondo e lungo una strada tutti da scoprire, ma per evitare di perderci gli obiettivi e la meta da raggiungere devono essere chiari e definiti.