Condanne per gli haters da tastiera: gli insulti sono finalmente offline

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haters da tastiera

Tempi bui aspettano tutti gli haters da tastiera, coloro cioè che si divertono a insultare gli altri utenti attraverso i social nascondendosi, il più delle volte, dietro falsi profili.

Al contrario di quello che comunemente si crede, moltissime sono le condanne che fioccano nelle aule dei tribunali di tutta Italia. Condanne che non riguardano solo personaggi pubblici del Bel Paese, ma anche comuni cittadini.

 

Haters da tastiera? No, grazie! 400 ore di lavoro socialmente utile

A Modena, per esempio, un 46enne dovrà scontare 400 ore di lavoro socialmente utile per aver scritto su Facebook delle frasi razziste contro una famiglia nomade di origine sinti. Le frasi alludevano ai campi di concentramento del secondo conflitto mondiale e all’uso del fuoco nei confronti della famiglia stessa. Non solo. Per evitare il processo per diffamazione (aggravata dall’odio razziale), il 46enne dovrà anche presentare un’offerta di risarcimento ai destinatari delle offese.

 

Cari haters da tastiera, invocare la libertà di espressione non servirà a niente!

Invocare la libertà di espressione nelle aule di tribunale e sui social non è contemplato. Un conto, infatti, è mettere le ali a idee per la costruzione di un mondo migliore, oppure dare voce (in maniera civile) ai propri pensieri circa una determinata questione politica, etica o religiosa; altro conto è attaccare una persona o un gruppo sociale, religioso, politico con minacce di morte, ode a vecchi e disgustosi retaggi ideologici e l’augurio di ogni male.

Insomma, insultare una persona, diffamarla, augurarle la morte o lo stupro non è libertà di espressione: è reato! C’è di più: se la vittima viene presa di mira per il colore della sua pelle, per il suo orientamento sessuale o per il suo credo c’è un aggravante da imputare agli haters da tastiera.

 

In a world of haters be a kisser!

 In linea con i nostri valori e con il nostro modo di lavorare, anche Mug Agency si schiera a favore di questa lotta culturale che, nel pieno del secondo decennio del XXI secolo, non dovrebbe più essere un passo indietro. E tu? Sei d’accordo con noi?