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Dalla trasmissione E poi c’è Cattelan parte la (finta) campagna sociale “Dona un Neurone” ad un hater.

La risposta di Bebe Vio non tarda ad arrivare e la campionessa paralimpica sceglie una produzione originale Sky per rispondere a chi, nei giorni scorsi, l’ha pesantemente offesa e minacciata di violenza sessuale sui social network. Lo fa, complice Alessandro Cattelan, con il sorriso e con un’ironia spiazzante. Ma ripercorriamo i fatti.

Qualche giorno fa una pagina Facebook invitava ad usare violenza nei confronti della campionessa di scherma Bebe Vio. Grazie all’intervento del Codacons, la pagina in questione è stata immediatamente rimossa ed è partita una denuncia all’Autorità giudiziaria. La stessa campionessa ha commentato la notizia: “Sono amareggiata perché sono anni che do tutta me stessa e lotto per gli altri. Sono delusa perché mi fanno tristezza le persone che usano internet per insultare“. 

Il Codacons si è rivolto alla polizia postale, all’Autorità per le comunicazione, nonché alle Procure della Repubblica di Venezia e Roma di intervenire con ogni mezzo a disposizione per individuare i responsabili e di adottare le dovute misure e gli eventuali provvedimenti sanzionatori. 
La campionessa è quindi intervenuta nel talk show di Sky Uno per rivolgersi a quelli che ormai vengono definiti haters.

Gli insulti rivolti a Bebe Vio non sono cosa nuova sui social network. Oramai gli haters dilagano sul web: nascosti dietro a dei nickname avvelenano le discussioni online con commenti pieni di odio e di violenza. Un atteggiamento costante, sempre più diffuso che cresce giorno dopo giorno in un vortice di violenza verbale che meriterebbe più attenzione da parte di tutti: della scuola, delle Istituzioni e delle piattaforme che in qualche modo li ospitano e ne permettono la sopravvivenza. Un fenomeno socio-antropologico che, a parer nostro, ha delle cause e proprio da cui si dovrebbe partire per provare ad arginare un fenomeno così pericoloso. Non importa contro chi ci si scaglia o su quale tematica. L’importante è offendere, denigrare, minacciare con toni e modalità che fanno accapponare la pelle. 

Intolleranza, xenofobia, razzismo, omofobia che vengono urlati a suon di commenti su Facebook e Twitter. Libertà di parola e pensiero sono sacrosante ma la violenza non deve essere permessa, mai. Una ricerca condotta da Vox e dalle università di Roma, Bari e Milano fa emergere le sei categorie più bersagliate su Twitter: le donne vittime del 63% dei tweet negativi, gli omosessuali, gli ebrei, gli immigrati e i diversamente abili. 

Riportiamo come spiegazione della nostra posizione l’intervento dello psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi apparso su Il Fatto Quotidiano: “L’odio è sempre figlio di un disturbo e di un disagio e i social network funzionano come luoghi di evacuazione dalle proprie scorie psichiche. Il tweet o la sparata su Facebook che credono di essere furbi o divertenti, mentre sono solo forme di distruttività e vigliaccheria virtuale, sono come difese psichiche primitive che si esprimono attaccando aspetti fondamentali dell’umanità virtuale. E’ una forma di bullismo senza esposizione fisica. Fare i prepotenti con qualcuno percepito come debole e diverso, e così sentirsi e farsi percepire dal branco come i più forti“.