Perché abbiamo più paura del coronavirus che dei cambiamenti climatici?

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Il Coronavirus è entrato nella nostra sfera di attenzione poco più di un mese fa con le notizie dei primi casi in Cina, nella regione di Wuhan. Ma è nelle ultime 72 ore, quando il Covid-19 è entrato in Italia, che stiamo assistendo ad un panico che non conosce precedenti nella storia moderna. Quella “ai tempi di internet”.

Non siamo qui a discutere sulla gravità della situazione, sulla pericolosità della malattia. Per quello facciamo riferimento a informazioni e raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del nostro Ministero della Salute. Vogliamo, invece, affrontare il tema della percezione della paura e la retorica del pericolo.

Perché un virus che ha un tasso di letalità inferiore al 2% e che, al momento, ha causato poco più di 2000 morti in tutto il mondo, mette più paura del cambiamento climatico, delle malattie del sistema cardiocircolatorio, dei tumori e delle polveri sottili?

Le vittime dei cambiamenti climatici superano quelle del coronavirus

Secondo dati del Climate Index Risk, i fenomeni meteorologici estremi aggravati dal cambiamento climatico hanno causato negli ultimi 20 anni 500 mila morti nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che tra il 2030 e il 2050 la crisi climatica provocherà oltre 250 mila vittime all’anno. D’altronde, solo in Italia l’inquinamento atmosferico è la causa della morte di 80 mila persone.

Eppure, nessuno (o pochi) rinuncia agli spostamenti in macchina e ai viaggi in aereo; la raccolta differenziata e la gestione dei rifiuti è ancora totalmente insostenibile, il livello dei consumi troppo elevato per stare al passo con i cicli naturali; disboschiamo, inquiniamo i mari e l’aria; la cultura dell’usa-e-getta non sembra arrestarsi; le imprese e i governi non rinunciano ai profitti in nome della salvaguardia dell’ambiente.

Ecco qui che subentra la narrazione degli eventi ma anche la percezione del rischio e le ricadute sociali.

Coronavirus: news da tutto il mondo. Quando il panico diventa virale

Siamo nell’era dell’iperinformazione. Siamo raggiunti e martellati dalle notizie in ogni momento della giornata e in qualunque luogo.

Abbiamo fatto un piccolo esperimento: per circa due ore abbiamo contato le notizie e le informazioni sul coronavirus semplicemente navigando su alcune piattaforme: Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp. Il risultato è di 632 notizie, post, Stories, messaggi che riguardavano il virus che sta paralizzando l’Italia. 632! Anche la persona più razionale verrebbe sopraffatta da un a tale quantità di informazioni. L’attenzione mediatica così prepotente innesca il senso di pericolo. Se tutti ne parlano vuol dire che la questione è grave.

L’accesso continuo all’informazione, spesso non proveniente da fonti ufficiali e verificate, crea un panico collettivo che si diffonde a ritmi ancora più veloci del virus stesso.

Episodi di razzismo assolutamente irrazionali, scaffali dei supermercati depredati come ci trovassimo nel bel mezzo di una carestia, mascherine ormai introvabili, nonostante gli esperti abbiano detto e ripetuto quanto siano quasi totalmente inutili, gel disinfettanti venduti allo stesso prezzo dei migliori caviali e tartufi bianchi.

Coronavirus e comunicazione: quando l’informazione da parte della stampa è troppa

La tutela della saluta pubblica da un lato, il panico collettivo dall’altro.

In mezzo c’è una stampa che ama gli avverbi catastrofisti, gli aggettivi emozionali, i verbi ad effetto. Una narrazione degna delle migliori serie tv apocalittiche o del capolavoro di José Saramago, Cecità. Un racconto in tempo reale che ci accompagna dalla mattina alla notte, che ci raggiunge attraverso la televisione con interi programmi impegnati a raccontare l’evolversi della situazione, in radio quando siamo in macchina, sui nostri smartphone accedendo a qualsiasi piattaforma, via e-mail grazie alle newsletter dei vari siti di informazione, e così via. Perfino i gruppi Whatsapp ormai sono affollati da link a ricerche e dichiarazioni, da messaggi vocali senza fonte che fanno terrorismo più che informazione.

Siamo letteralmente terrorizzati.

Ma perché i numeri delle conseguenze del cambiamento climatico non ci fanno altrettanta paura?

Marco Bagliani, docente di “Cambiamento climatico, strumenti e politiche” all’università di Torino, intervistato dalla Stampa ha affermato:

Il parallelismo tra coronavirus e crisi climatica chiama in causa la psicologia dei disastri. L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi nel nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi. Mettersi in gioco per fermare il virus prevede un sacrificio a breve termine, provare a contrastare il cambiamento climatico invece significa rivedere gli stili di vita per sempre.

Il Coronavirus, una volta che verrà completamente debellato (e speriamo che questo avvenga davvero molto presto), ci avrà insegnato molte cose. Tra queste, il potere della comunicazione dei disastri e la narrazione dei pericoli. Se i mezzi stampa riuscissero, scusate il gioco di parole, a iniettare il virus della paura anche rispetto alle conseguenze del cambiamento climatico, forse saremmo ancora in tempo a scongiurare un disastro di cui non conosciamo neanche l’entità.